venerdì 11 settembre 2009

Art e dossier: editoriale di settembre 2009

Ma poi, in fondo, resistono proprio ancora queste avanguardie? A chi? Contro chi? Trascinando chi? Resistono ed esistono? Molti professori d’Accademia pensano di sì in quanto insegnano ogni anno la stessa avanguardia e la praticano nei loro studi con la più artigianale delle regolarità. Quindi l’avanguardia è diventata una disciplina, come la Scolastica medievale, che si può perpetuare all’infinito. Sembrerebbe, questa asserzione, una contraddizione all’interno dei propri termini. Non è così, e lo testimonia eccellentemente la Biennale di Venezia se proiettiamo l’edizione attuale nella storia stessa dell’istituzione. Se vi capitasse di rivedere quel capolavoro che è Vacanze intelligenti, di e con Alberto Sordi, vi accorgereste di una cosa lampante, “merkwürdig”, degna della più somma delle attenzioni. Gli ambienti nei quali si muove il verduraio romano con la consorte contengono installazioni e opere che potrebbero benissimo essere esposte oggi senza sembrare fuori epoca. Nulla è nella sostanza cambiato. Sublime forza del perdurare delle arti e del loro cosmo? Forse sì! Poiché, se i vestiti delle guide che accompagnano i visitatori sono così mutati, il linguaggio delle spiegazioni no. Tutto stabile in un balzo storico di più di trent’anni, periodo lungo quanto quello del folle turbinio delle avanguardie storiche intercorso fra la dichiarazione della prima guerra mondiale, nel 1915 con gli interventisti futuristi, e l’Italia repubblicana, nel 1950 coi concetti spaziali di Fontana e le retoriche comuniste di Guttuso. Quanti fatti terribili sono successi in quegli anni. Anche nel gusto di tutti giorni, dalla soave crinolina del governo Giolitti al grigioverde delle terribili trincee, all’orbace d’una ambizione ridicola, al cotonaccio a strisce delle uniformi di Auschwitz fino al nylon postbellico delle calze americane. Un intero giro di boa dalla stoffina naturale alla stoffina sintetica passando per le stoffone che stufarono. Era cambiato tutto. Anche nelle arti. Oggi no. Eppure in questi ultimi trent’anni è apparso internet, è esploso e scomparso il brio della finanza internazionale, si sono diffusi i telefonini, è apparso e scomparso Khomeini, la Cina s’è fatta capitalista, Putin nuovo zar e Berlusconi nuova star. L’avanguardia non s’è accorta di nulla, quasi come le dirigenze dei partiti della sinistra. E anche i suoi commercianti rimangono tetragoni, al punto che verrebbe voglia di segnalare al signor Pinault – il quale ha esposto le sue merci con stringata eleganza nella rinnovata Punta della Dogana di Venezia – che l’America di Bush non c’è più perché gli yankees hanno deciso di cambiare rotta e hanno eletto un presidente di colore, sicché quell’avanguardia lì rischia d’essere dichiarata obsoleta come i “subprimes”. Chi lo poteva prevedere? Solo l’Arte, ovviamente, che è, lo si sa, chiaroveggente e vaticinante. L’arte viva, ovviamente, quella che sa da sempre sa rinnovarsi per energia propria, e che, nell’anno delle celebrazioni di Galileo Galilei, è consapevole di possedere quella coscienza lì, quella che, malgrado tutto, malgrado le Biennali, malgrado i dibattiti accademici, malgrado la passione conservatrice di un commercio costretto a difendere le riserve di magazzino, è sveglia, ovviamente, “e pur si muove”.

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