martedì 23 giugno 2009

27 giugno alle 18 a Gubbio

Evento d’eccezione sabato 27 giugno alle 18 per l’inaugurazione della mostra di sculture di Armando Riva, dal titolo “Sculture”, presso l’open space di Palazzo Fabiani, in via XX Settembre 12. Sarà infatti presentata dal noto giornalista, conduttore televisivo e critico d'arte Philippe Daverio.

L’evento, promosso dall’assessorato alla cultura del Comune di Gubbio, in collaborazione con il Comune di Sulzano sul lago d’Iseo, raccoglie 40 opere in bronzo del noto artista presso l’open space di Palazzo Fabiani, in via XX Settembre 12. La mostra si svolgerà dal 27 giugno al 31 agosto con i seguenti orari: feriali: 17 – 21, festivi: 10– 12:30, 16 – 20. L’ingresso è libero. L'originale personalità dello scultore è collocata nel suggestivo mondo dell'arte figurativa contemporanea, in virtù di una costante ricerca estetica caratterizzata dalla forza espressiva, dagli stilemi innovativi e dalle particolari ambientazioni. Le opere di Armando Riva racchiudono una viva spiritualità, capace di ricreare le sensazioni vissute e di stabilire un’intensa emozione in chi le guarda, sorretta dalla policromia dei colori e dalla plasticità delle forme. Nato a San Floriano, Milano, nel 1947, dal '65 Riva opera nel campo delle arti visive sia come pittore sia come scultore. Nel 1978, dopo aver esposto tra Milano e Venezia in numerose personali, si è dedicato alla fotografia per poi passare al cinema nell'80. Alcune delle sue personali sono state ospitate alla Galleria Fondazione Europa di Milano e alla Galleria Rialto di Venezia (nel 1971), nel '74 alla Galleria la Leonessa di Brescia, nel '75 al Centro d'Arte internazionale di Milano e al Palazzo delle Prigioni ancora a Venezia. Nel 1980 passa al cinema, girando 7 films tra finzione e animazione, partecipa ad alcuni festival " Bergamo Film Meeting" , "Mystfest di Cattolica, Nel 1989 in occasione della caduta del muro di Berlino, viene invitato al festival di Selb in Germania. Chiusa la parentesi cinematografica va a vivere sul Lago d'Iseo e lì si dedica interamente alla Scultura. Nel '93 ha esposto a Rodengo Saiano nel chiostro della abbazia Olivetana, l'anno seguente al Literaturage di Moenchenglandbach, dov'è stato ospitato anche nel 1995, nel 1997 ha tenuto un'esposizione all'Albereta di Gualtiero Marchesi dov'è tornato nel '99. ‘Cavallo vincente’, sua imponente opera in bronzo raffigurante un cavallo in corsa, è stata presentata all'ippodromo di S. Siro a Milano. Il sito di Armando Riva è
www.armandorivascultore.com

Fonte: comune gubbio

Art e dossier: editoriale di giugno 2009

Se l’Onnipotente ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, gli ha sicuramente attribuito la caratteristica Sua prima: ne ha fatto, “si parva licet”, un altro creatore di mondi. Percorso sublime e misterioso questo che ha consentito agli artisti di creare le proprie infinite cosmogonie. Non era forse previsto che i critici potessero creare anche il loro, di mondo. Ma sicuramente la Biennale di Venezia ci prova quest’anno. A dire il vero ci aveva già provato la Biennale dell’architettura che durante l’anno scorso aveva creato il mondo della “non architettura” secondo i dettami del suo curatore Aaron Betski, triste presagio per la più potente crisi economica del globo terrestre in quanto quella fede indiscussa nel costruire robe divertenti ma sostanzialmente effimere aveva generato una serie di fiducie che sono svanite nel nulla trascinando i danari di milioni di risparmiatori creduloni. Quest’anno è il turno di uno svedese che intenderebbe indicare la cultura visiva del prossimo futuro provenendo lui dalla temibile e ammirevole Svezia, unico paese d’Europa che si è dimenticato negli ultimi cinque secoli di produrre artisti visivi, se non, scusatemi, rari geni in un’arte particolare, quella del cinema, dove Bergman è stato maestro indiscusso. Anche il futuro dell’Italia poveretta è assicurato da un nuovo padiglione curato da una appassionata sostenitrice del ventennio fascista e da un maniaco del calcio. Tutto a posto quindi: le avanguardie sono sparite, era ora, e la terra intera, posta in una potente confusione, si potrà rispecchiare nell’esperimento in corso, il quale sicuramente, fra padiglioni aggiunti e ipotesi di ricerca anarchiche, riserverà sorprese. Staremo ansiosi a vedere. In quest’ottica abbiamo anche noi tentato di seguire la strada indicata dando un contributo informativo sugli altri momenti organici nei quali si pensò di inventare mondi. Il gioco di società di quest’estate potrebbe proprio essere questo: inventate il vostro mondo, a casa o in spiaggia. Ne riparleremo alla riapertura delle scuole.

Fonte: artonline

A Civitanova Marche il 19 luglio (?)

Dalla filosofia all’eros, dalla musica alla politica, dalla scienza al ballo. Tuttoingioco è un caleidoscopio di incontri, eventi, appuntamenti che segneranno l’estate civitanovese e porteranno in città i big del panorama culturale e artistico nazionale. Ieri anche la conferma della partecipazione di Vladimir Luxuria che arriverà il 30 agosto, mese ‘hot’, dedicato all’Eros di cui discuteranno Giampiero Mughini (28 agosto), Dario Vergassola (30) e Deborah Caprioglio (29).

Per tre mesi, da luglio a settembre, Civitanova Alta sarà regno di Tuttoingioco che ogni settimana offrirà un tema di dibattito e, soprattutto, confronto. Sono diciassette i luoghi del festival, decine gli eventi, migliaia le persone attese.

Si comincia nel week end dal 10 al 12 luglio, tema è ‘L’arte’ e special guest il presidente della Camera Gianfranco Fini (10 luglio) che parlerà di ‘Italia e politica’. Nella stessa giornata Oliviero Toscani e Achille Bonito Oliva discuteranno di ‘Arte del 900’; l’11 ospite Oliviero Beha, il 12 lo scrittore Giordano Bruni Guerri. Dal 17 al 19 luglio protagonista la ‘Musica’ e gli incontri con Umberto Curi (filosofia musica), Piegiorgio Oddifreddi (matematica e musica) e Philippe Daverio (arte e musica).

Dal 26 al 19 luglio riflettori accesi sul tema della ‘Politica’; ne discuteranno il politologo Marcello Veneziani, lo scrittore Bruno Gambarotta e il direttore del Gr Rai Antonio Caprarica. Quarto fine settimana, dal 31 luglio al 2 agosto, con il tema del ‘Ballo’ sulle note e i passi della milonga argentina della coppia Capussi Y Flores e le discussioni su eros e coppia di Paolo Crepet e Alberto Bevilacqua. Dal 7 al 9 agosto l’argomento è ‘Parole’, ospiti Stefano Bartezzaghi (7) e Enrico Vaime (9). Dalle parole ai ‘Numeri’, che sono invece argomento del week end dal 14 al 16 agosto con il giallo matematico di Carlo Toffalori, gli enigmi di Ennio Peres e la magie di Tony Binarelli.

Dal 21 al 23 agosto si parla di ‘Scienze’, ospiti Tito Stagno e la cantautrice Nada. ‘Eros’ protagonista dal 28 al 30 agosto. Tuttoingioco chiude con il Festival del Pensiero dedicato alla filosofia (4-6 settembre) e alle lectio magistralis di Massimo Cacciari (4 agosto), Gianni Vattimo (5) e Giulio Giorello (6). Per gli orari, luoghi degli appuntamenti e la consultazione dell’intero programma www.tuttoingioco.com.

Fonte: ilrestodelcarlino

Si sa che i giapponesi...

Si sa che i giapponesi più che inventori sono trasformatori metafisici. La scrittura l’hanno presa bella e fatta dalla Cina, come gran parte della cosmogonia religiosa, e ne hanno plasmato cosa propria trasformandola. Così capitò dalle parti di Kyoto nel Cinquecento quando Chojiro, il fabbricante di ciotole per la cerimonia del tè, si mise a copiare una tecnica, ovviamente cinese, e ne fece una reinvenzione. Il ceramista era protetto da un influente personaggio che ospitava i suoi forni nel palazzo chiamato Jurakudai e il prodotto da questo luogo prese il nome di Rakuyaki. L’operazione ebbe tale successo che il geniale ceramista si ritrovò, si dice per decreto imperiale, il diritto di trasformare il suo cognome in Raku e di renderlo ereditario. Il successo dell’impresa proveniva innegabilmente dalla sorpresa estetica del risultato. Questo era profondamente adatto allo spirito zen del Giappone in quanto evitava ogni decorazione e lasciava alla materia la fortuna d’una spontaneità carica di misteri insospettati. Il metodo del lavoro era particolarmente curioso in quanto consisteva in una doppia cottura dove la prima serviva a stabilizzare la forma a bassa temperatura e la seconda la decorava con materia vetrosa in una seconda cottura ad alta temperatura. Ma a differenza del secondo fuoco che viene impiegato da secoli anche nella tradizione europea, il signor Chojiro scoprì una complessa perversione, giocando con il fuoco. Durante la seconda cottura decise di aprire il forno, estrarne la terra incandescente e porla a far bruciare, in un altro contenitore, una serie di materiali suscettibili di generare fumi. Poi, chiudendo questo secondo contenitore appunto, operava una riduzione chimica e bloccava la combustione in mancanza d’aria in modo da consentire un’ulteriore modificazione ai sali minerali che si erano liquefatti per generare la glassatura. Gli americani, che scoprirono il raku intorno al 1920 introdussero un’ulteriore sfida alle leggi della ceramica tradizionale, immergendo il manufatto ancora caldo nell’acqua, col che si otteneva una sofisticata quanto casuale screpolatura della superficie. Ne proveniva un miracolo totalmente incontrollato. Il metodo giapponese era quindi l’opposto di quello che gli europei dagli anni profondi nel neolitico avevano perseguito alla ricerca sempre più attenta di combinare il risultato con le aspettative. Dalle parti nostre siamo diventati abilissimi in questa pratica e con gli anni abbiamo imparato a dominare la mutazione cromatica fra progetto, esecuzione e risultato. L’incontro con il Giappone, circa un secolo e mezzo fa fece saltare alla radice il nostro modo di pensare. Da allora abbiamo scoperto la poesia dell’indeterminato, il piacere del dialogo con forme che in parte avevamo voluto e che si erano però formate seguendo una loro indipendenza. In quest’indipendenza stimolata e desiderata abbiamo riscoperto la bellezza d’un caos voluto e non subito. Siamo diventati tutti un poco giapponesi. E oggi Stefania Pennacchio si può vantare d’essere la più calabrese dei giapponesi. Il raku riappare quotidianamente sullo stretto di Messina e sotto lo sguardo attonito delle Sirene che incantarono Ulisse. Qui trova una vocazione alterata ma altrettanto profonda, perché non trae più la sua legittimità dal concetto della teosofia zen, bensì dallo sguardo che corre regolarmente verso la montagna dell’ Etna dove il fuoco domo non fu mai. La passione affascinata dalle forze telluriche incandescenti, terribili e temibili, si riscatta poi nelle acque d’un mare in costante movimento, ne prende i colori, ne sposa i misteri. Dialogano le trasparenze e gli azzurri con le opacità e i rossi. Ma tutto ciò avviene, anche qui all’opposto della mente giapponese, in una drammatica mescolanza delle citazioni vitali, dove il sorgere del calore, il suo fondersi, si paragona con il sorgere della vita, con la fonte del femminile. Si combina con la più mediterranea delle pratiche, quella che non può prescindere nel giocare col colore dall’applicarlo alla materia, nella sua stesura più fisica, spessa, carica. Il raku della Pennacchio è quindi per necessità calabrese. E lo è, nello stupore del vedere la materia che sorge, in un modo assai similare alla sorpresa che riserva il lavoro recente di Gaetano Pesce che modella le colate della sua plastica, giocando con i colori, ma aspettando che la loro combinazione accetti la scommessa del caso per assumere la complessità definitiva. La questione assolutamente stimolante sta nel vedere quanto, sia il percorso freddo di Pesce che quello caldo della Pennacchio, abbiano la volontà dichiarata di voler trarre la loro gestualità dalla pittura, dal più antico dei gesti di chi fa arte nella parte nostra del mondo. Solo nella pittura, nel suo segno minimo di stesura della materia, da sempre si ritrova l’abilità di gestire il caso, e dalla pittura, questa volta per noi quanto per i popoli del Sol Levante, s’è disseminata la voglia primaria della sperimentazione. Questa sperimentazione diventa astratta per definizione. Un vaso, una ciotola, una coppa sono per loro stessa natura figurativi. Sono la figura d’un vaso, d’una ciotola, d’una coppa. Aspettano una decorazione, la quale può a sua volta essere rappresentativa di figure o di segni “astratti”. Ma nulla altera il senso “concreto” dell’oggetto. Il Giappone ha scoperto secoli fa la via opposta, quella nella quale il “concreto” si sottomette al “concetto” e quest’ultimo acquista una tale libertà definitoria da far nascere oggetti concreti che sono nella loro materia “astratti” dalla citazione reale. E’ qui che si fonda tutto, astratto, concreto, concetto, materia. Si fonda perché nella casualità dei misteri incandescenti si fonde. E’ in questa fucina controllata da magie arcane che Stefania Pennacchio elabora le sue stregonerie. - Philippe Daverio

Da qui letrottoir.it

Eletto Philippe Daverio

Questo blog annuncia che Philippe Daverio è stato eletto nelle Lista Penati alla Provincia di Milano.

Complimenti.

giovedì 18 giugno 2009

Daverio per Gina Lollobrigida

I 50 di attivita' fotografica di Gina Lollobrigida saranno documentati in una mostra allestita dal 26/6 al 13/9 settembre al Palaexpo.L'artista ha raccolto nella mostra,curata da Philippe Daverio,250 foto realizzate dal 1959 in tutto il mondo con un occhio attento ai poveri della terra,come dimostrano anche il suo impegno per Unicef, Unesco e Medici senza Frontiere.Un'attrazione e' poi la galleria di ritratti di personaggi,tra cui Indira Gandhi, Fidel Castro, Henry Kissinger,Maria Callas.

fonte: ansa

martedì 2 giugno 2009

Video: evviva la tolleranza!

Video: salviamo i beni pubblici!

Un Comitato a sostegno della candidatura del prof. Philippe Daverio

Un Comitato a sostegno della candidatura del prof. Philippe Daverio, capolista della lista “Patto per Tuscania”, e assessore alla Cultura in pectore della città etrusca, se gli elettori premieranno la compagine che vede Regino Brachetti candidato a sindaco. A proporlo è Claudio Patrizi, cittadino tuscanese al di fuori dell’agone elettorale, ma da sempre impegnato nella vita sociale e culturale tuscanese, che in questa iniziativa intende coinvolgere operatori dei settori della cultura, del commercio, e del turismo, ma anche i cittadini.

“Il prof Daverio è una delle personalità più autorevoli e prestigiose che abbiamo in Italia, e la sua disponibilità a mettersi in gioco per venire a portare il suo contributo di conoscenza a Tuscania, in qualità di assessore alla Cultura, va sostenuta da tutti coloro che hanno a cuore le sorti della città – spiega Patrizi – la sola presenza del professore come candidato alle elezioni ha già comportato l’attenzione dei media locali e nazionali: occorre dunque sfruttare questa grande occasione, per dare alla città una visibilità e una prospettiva di sviluppo culturale altrimenti nemmeno immaginabili. Con il professore Tuscania ha un’opportunità unica, non sprechiamola”.

Per promuovere l’iniziativa, Patrizi ha organizzato una riunione lunedì 1 giugno, alle 17, presso la sala parrocchiale S. Marco, alla quale sono invitati gli operatori dei settori interessati e i cittadini.

Fonte: link

Philippe Daverio è capolista anche della lista “Patto per Tuscania”

“La Tuscia è oggi nome mitico della cultura, Tuscania può ambire ad essere il suo fulcro. Sono esterno a Tuscania che guardo con attenzione da trent’anni. Credo che Tuscania possa diventare un laboratorio esemplare per un’Italia che nell’ultimo secolo ha sciupato gran parte del patrimonio che ci fu lasciato dai nostri padri. Credo che in questo ruolo possa trovare il destino attivo del suo avvenire. Credo che abbiamo la responsabilità di lasciare alle generazioni di domani un patrimonio vivo e migliorato. Altrove è difficile, qui a Tuscania è possibile”.

E’ con questa convinzione che Philippe Daverio, capolista della lista “Patto per Tuscania”, che ha Regino Brachetti come candidato sindaco, chiude il suo “Manifesto per Tuscania”, documento con il quale l’intellettuale fissa i paletti di un percorso che immagina la rinascita della Città, attraverso la valorizzazione del proprio patrimonio culturale.

“Tuscania deve oggi elaborare il progetto che le consenta di inventare il suo futuro – sottolinea Daverio in uno dei passaggi chiave del “Manifesto” -. Deve usare la salvaguardia come strumento per la sua economia”.

“Il manifesto del professor Daverio interpreta le nostre volontà, dando forma ad un piano di sviluppo che non può prescindere dall’esistente, che va riqualificato e valorizzato – aggiunge Regino Brachetti – si tratta di un lavoro essenziale, che dobbiamo portare a compimento seguendo le regole che i modelli più virtuosi ci impongono. L’avere con noi, in questa delicata opera di ricostruzione morale e sociale, una delle menti più brillanti e poliedriche del panorama culturale europeo, rafforza la nostra fiducia in un futuro che vogliamo indirizzare secondo le attese e gli auspici della comunità tuscanese”.

Fonte: ontuscia.it

lunedì 1 giugno 2009

Intervista a dnews.eu

Si è divertito a fare la parte del “supereroe” nell’ultima trovata della Lista Penati, l’a c t i o n - s p ot che schiera il presidente uscente contro l’Impero (morattiano, si intende). Ma adesso che Umberto Bossi se n’è uscito con quel giudizio su Expo («è una manifestazione del secolo scorso»),

Philippe Daverio salta su e si prepara a sfoderare di nuovo il fioretto.
Daverio, ha sentito cos’ha detto il Senatùr sul 2015?
Bossi non può affrontare un tema come quello di Expo: lui rappresenta la cultura del contado, non certo quella urbana. Anzi, tutto quello che è cittadino gli dà fastidio. A Roma, però, la Lega si trova bene. Infatti lì la politica è agreste. Il Carroccio di oggi non c’entra più nulla con la Lega milanese degli anni ‘9 0. Anzi, la realtà è che Bossi odia Milano.
Addirittura?
Quando ero assessore nella giunta Formentini venne solo per una cena ai QuattroMori. Era la sera in cui misero le bombe al Padiglione di Arte Contemporanea di via Palestro: l’avrà pure interpretato come un cattivo segno, ma intanto l’episodio spiega questo rapporto di Bossi con la città. E anche con Malpensa.
Cosa c’entra l’aeroporto?
Il suo fallimento è la dimostrazione che la Lega non è in grado di concepire una
logica industriale. Malpensa è il simbolo di quello che sarebbe l’Italia se la
governasse il Carroccio: un misto di arroganza e incapacità che si riflette
anche sull’aeroporto stesso: se ne è mai accorto?
Veramente non ci ho mai fatto caso.
Malpensa è l’aeroporto più arrogante del globo, per me trovare persone gentili al desk è quasi impossibile. Linate è invece un prodotto della cultura cittadina, che ha nel dna la cortesia nei rapporti e il confronto con gli altri. Malpensa ha un cuore “agricolo”, inadatto a un aeroporto.
Anche lei sta con Quarto Oggiaro?
Quando, da assessore, usai villa Schleiber per il “Festival dell’altro mondo”la gente del quartiere reagì benissimo. L’edificio era un rudere ma l’allestimento fu apprezzato: i residenti erano rispettosi. Quarto Oggiaro non è periferia: è anche per questo che noi vogliamo una città multicentrica, da 3 milioni e mezzo di abitanti.
E Stanca?
Stanca non sa nulla di Milano, è un uomo del Sud cresciuto a Como e non ha capito che essere milanesi significa ragionare al di là dei confini comunali. Io non avrei esitato un secondo a fare di villa Schleiber il centro di Expo.
Dicono che il quartiere sia «poco sicuro».
Quarto Oggiaro è meglio di come lo descrivono ma la gente non lo conosce. E poi, crede davvero che spaccio e droga non siano anche in centro, nella cerchia dei Navigli? La colpa è di una normativa demente e repressiva, dove si sfrutta la sicurezza per far votare alle vecchiette l’area più conservatrice.
Come sta andando l’Expo?
Dovremmo sondare il rapporto tra abitato e ambiente, vita e alimentazione, tra l’Italia e i popoli del mondo. Invece, in quest’Expo non appare mai la prospettiva del futuro cittadino, se non per l’acquisizione di cubature immobiliari da riempire.
E il video-cult?
È uno spot diverso, simpatico, che presenta un altro modo di comunicare, lontano dalla politica dopata e del “chi ha più soldi vince”.
Voi avete scelto il “giallo-Milano”.E gli avversari?
Il grigio-Podestà, che si rivolge a quella che una volta era la maggioranza silenziosa e oggi è sorda a ogni sollecitazione che non sia quella degli
interessi domestici. Io trovo che sia molto meglio essere presbiti e saper guardare lontano piuttosto che fare i miopi alle prese solo col proprio giardinetto.


Fonte: http://www.dnews.eu/contents/pdfedizioni/29-05-2009_DNewsMilano.pdf (PDF)

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